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Ci teniamo, nel nostro essere dilettanti, puri sprovveduti con nessun merito, a non pubblicare le prime notizie che si leggono in rete, ma provare a scrivere qualcosa che esprima il nostro essere Laziali con la elle maiuscola, il nostro parere su qualcosa, l’umore dell’ambiente biancoceleste. In questo 23 Gennaio, altra bella giornata tra parentesi di un inverno straordinariamente caldo, potremmo parlare della campagna acquisti citando qualche nome papabile, qualche acquisto già fat… No scusate, rimangio quello che ho scritto, evitiamo il discorso calciomercato. Vorrei continuare a godermi questo sabato.

Accendo la radio su un emittente laziale ed apprendo che nessuno sà effettivamente a cosa aggrapparsi pur di trovare qualcosa di positivo in questo periodo di Lazio. Siamo un pò tutti con lo stesso animo in fondo, non c’è da meravigliarsi. Mi prende così un attacco di nostalgia. Ritorno a tanti anni fa, non tantissimi per carità, avendo io solo 27 anni non ho aneddoti decennali da raccontare, ma forse una cosa potrei dirla lo stesso.

Ero solo un bambino quando andai la prima volta allo Stadio Olimpico. Il mio Stadio. Ricordo che fu un’iniziativa di mio cugino, il mio mentore di fede, colui che quando non sapevo ancora parlare mi chiedeva di ripetere “Forza Lazio!”. Un giornò venne a casa, parlò con i miei genitori e gli disse qualcosa che doveva suonare tipo: “Domenica lo porto allo Stadio”. Non era una domanda, era un avviso. Perchè noi laziali siamo così, non chiediamo di diventarlo, ci sentiamo dentro di esserlo. Fu un Lazio – Fiorentina, sul biglietto c’era scritta una frase curiosa, non capivo perchè mio cugino si esaltava così nel farmela leggere, mi ripeteva di continuo: “Leggi quì, leggì quì, andiamo in Curva Nord, a casa nostra!”.

Partiti rigorosamente tre ore prima del calcio di inizio per evitare problemi di traffico e parcheggio, sciarpe della Lazio incastrate nei finestrini della macchina, clacson che suonava all’impazzata, ci siamo diretti alla nostro meta. L’entrata allo Stadio fu una cosa da lasciare senza parole. Non sò agli altri che effetto abbia fatto, sarà che io ero alto mezzo metro e a malapena sapevo dire poche parole, sarà che era la mia prima volta, ma non avevo mai visto nulla di più imponente. Sua Maestà l’Olimpico era bellissimo fuori e gigante dentro. Mi sentivi piccolo piccolo davanti alle scalinate che portavano le persone su e giù, facendo una vista panoramica di 360° avrei rischiato di cadere a terra, tant’era lo stupore. Fu amore a prima vista.

L’attesa per la partita fu la parte più difficile da sopportare. Il tempo non voleva saperne di passare, mi riducevo a guardare continuamente l’ora senza dare il tempo al tempo (perdonate il gioco di parole, non ho resistito). Con gli anni ho imparato ad apprezzare quell’attesa, mi piace vedere lo stadio che molto lentamente si riempie di persone, che una dopo l’altra riempiono i settori ed iniziando ad intonare i primi cori e sventolare le prime bandiere.

Curiosamente non ricordo nulla della partita, la mia memoria si è fermata sul quel luogo dove si è giocata, più che uno Stadio una enorme casa, dove eravamo tutti della stessa famiglia, e cantavamo, ci abbracciavamo, esultavamo insieme e per la stessa cosa. Chiamatelo sport.

Oggi ripenso a quel giorno, alle cose che ho vissuto e sentito, il solo ricordo mi fa venire la pelle d’oca. Maledetta Nostalgia.

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