ROMA – È tornata a casa con le ossa rotte, la Lazio. L’1-0 di Keita dell’andata aveva illuso, il 3-0 subito alla BayArena ha ridimensionato. “Questa squadra non è pronta per certi livelli”, l’analisi consapevole di Pioli.

“Abbiamo giocato con troppa paura”, quella più approfondita del ds Tare. Forse però a questo problema della “paura” si sarebbe potuto ovviare investendo anche su giocatori già pronti e smaliziati, oltre che su giovani talenti di prospettiva.

UN MERCATO STUDIATO PER IL FUTURO – Forse, non è detto. La controprova non ci sarà mai e non sarebbe giusto adesso (a fine agosto) valutare la campagna acquisti portata avanti sino a questo momento. I vari Patric, Hoedt (classe 1994), Morrison (1993), Milinkovic-Savic e Kishna (1995) probabilmente si riveleranno ottime intuizioni nel lungo periodo, ma il dato di fatto è che non lo siano stati nell’immediato considerato quanto sono serviti a Pioli in questo doppio confronto con il Bayer Leverkusen. Patric e Hoedt se le sono viste entrambe dalla tribuna, mentre gli altri tre hanno racimolato complessivamente 79 minuti: 37 sono di Milinkovic-Savic all’andata, 34 di Kishna e 8 di Morrison, ieri in Germania. E questo è accaduto nonostante nell’undici titolare del ritorno mancassero per infortunio Marchetti, Biglia, Klose, Djordjevic e anche Mauri, cinque uomini decisivi dell’ultimo anno.

SQUADRA SENZA ESPERIENZA IN CHAMPIONS – Al fischio d’inizio di ieri, la Lazio si è presentata a una partita fondamentale della sua stagione con una squadra da 36 presenze complessive in Champions League (Klose da solo ne ha 41): numeri che tengono conto anche delle gare di qualificazione, perché se si parla della competizione vera e propria (quella dalla fase a gironi in poi) l’ammontare delle presenze scende vertiginosamente a quota 5, tutte collezionate da Mauricio (tra l’altro espulso abbastanza ingenuamente per doppia ammonizione dopo un’ora di gioco) ai tempi dello Sporting Lisbona. Davvero troppo poco, quasi naturale che la prestazione dal punto di vista del carattere ne risenta. Se poi ci si aggiunge che De Vrij ha giocato la sua peggior partita in due anni e che Felipe Anderson sembra tornato quello apatico e indolente visto alla prima stagione in Italia, allora la sconfitta diventa la più logica delle cons?eguenze.

INDIETRO DI CONDIZIONE NELLA PARTITA DECISIVA – L’olandese e il brasiliano sono solo due esempi, sia chiaro. A eccezione di Onazi (migliore in campo fino a che non è dovuto uscire esausto) e pochi altri, è stata tutta la Lazio a deludere. Una prestazione sottotono e arrendevole molto simile a quella già vista in Supercoppa contro la Juve: solo che in quel caso c’erano le varie attenuanti di un avversario nettamente più forte, del campo e della condizione fisica ancora deficitaria. Stavolta no, anche perché la preparazione della Lazio è stata studiata proprio in funzione di questo doppio confronto, che invece ha evidenziato come gli avversari, in particolare modo nella gara di ritorno, si siano rivelati molto più avanti atleticamente arrivando sempre primi sul pallone e tenendo costantemente il piede premuto sull’acceleratore. E soprattutto li ha visti avere molta più fame.

IL MERCATO CONDIZIONATO DALL’ESITO DEI PLAYOFF – Quella fame che, tornando sul discorso mercato, forse avrebbe dovuto avere anche la società. Che probabilmente ha sopravvalutato troppo la sua squadra, aspettando l’esito del preliminare per andare a investire su altri giocatori (sempre che poi venga fatto) che comunque avrebbero fatto comodo a prescindere, anche nell’Europa League che adesso dovrà essere affrontata e, possibilmente, vissuta da protagonista. È mancato, insomma, quel famoso passo più lungo della gamba, quello che nell’oculata gestione finanziaria del presidente Lotito non c’è mai stato. Si spende solo quello che si incassa, non un euro di più. Ma per crescere veramente, oltre a investire sul futuro, ogni tanto forse ci si può anche permettere di puntare forte sul presente. Altrimenti poi si rischia di rimpiangere le scelte fatte in passato.

 

Fonte: www.lalaziosiamonoi.it

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